Pubblicato da: simonemerli | maggio 14, 2009

Il maglione rosso.

Dalla finestra della camera da letto vedo su uno dei balconi della casa davanti, due bambini piccoli, credo abbiano tre e cinque anni, all’apparenza la loro età mi par quella.
Sono bellissimi, mori, occhi enormi, e giocano, si divertono, ridono, scherzano; uno di loro spesso piange ed ormai ho imparato a riconoscerne il grido (a volte è straziante e preoccupante, ma credo d’aver capito che si tratti sempre d’un pianto frutto della sottrazione di un gioco da parte del fratello). Giocano come se fosse sempre lunedì, a loro non interessano la domenica mattina e il mio roposo, il loro impegno è giustappunto il gioco. E fanno bene così, anche se a volte impreco contro la mamma che non li fa divertire in salotto.
Sono due bambini stranieri, non so se della categorie degli “invisibili”, ciò quelli figli di immigrati non regolari che non andranno né dal medico né a scuola per evitare d’essere riconosciuti, ma giocano, ridono e piangono come tutti, come tutti i bambini di questa terra. Passano tante ore a giocare, mattina e pomeriggio, a volte proprio mi chiedo se siano “invisibili” o in attesa di andare a scuola, ma risposte non ho. Giocano e va bene così.
So che nell’invecchiamento della mia Ferrara, questi bambini rappresentano la garanzia di futuro, di crescita e di ovvia multiculturalità della società in costruzione, che piaccia o meno al premier, la vita collettiva proseguirà nella multiculturalità. Non sono interessato al dio professato dai loro genitori, li ringrazio solo per aver scelto il nostro Paese per rilanciare la propria vita, spendere le proprie competenze, far vivere i loro figli tra i nostri figli.
E non posso ricordare quando Andrea chiese a Pietro chi era la bambina che usciva tutti i giorni con lui dalla scuola elementare. Pietro allora aveva sei anni, faceva la prima. Alla domanda del papà, “ma chi è quella bambina?”, il piccolo rispose: “chi, quella con il maglione rosso?”. Andrea si aspettava che rispondesse “la bambina nigeriana, quella nera”, ma Pietro non rispose così, perché Pietro e tanti Pietro se non educati all’amplificazione e denigrazione della diversità, vedono i loro compagni neri, blu, gialli o viola che siano, bambini come loro.
Forse il bambino che gioca e piange da quel balcone, sarà tra trent’anni il nostro Obama.
E lo spero.


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